Quando la "bastonata" diventa legna per il fuoco della consapevolezza

Uno dei primi e più grandi doni che ho ricevuto lungo il cammino della ricerca spirituale è stato comprendere che ciò che nella vita definiamo una “bastonata” può assumere significati molto diversi.
Può essere semplicemente un pezzo di legno che ci colpisce e ci fa male. Oppure può diventare la legna necessaria per alimentare il fuoco della nostra consapevolezza.
Questo è stato uno dei primi grandi insegnamenti che ho ricevuto dallo Yoga. E quando parlo di Yoga non mi riferisco soltanto a una pratica fisica, ma a quella disciplina che accompagna l’essere umano verso la realizzazione del proprio Sé, come la definiva Paramahansa Yogananda.

Quando la vita arriva come un fulmine

La vita, prima o poi, porta a tutti eventi inattesi. A volte arrivano come un fulmine a ciel sereno. Altre volte come una vera e propria tempesta, proprio mentre stavamo assaporando un momento di pace, equilibrio e apparente stabilità.
In quei momenti ci chiediamo perché. Perché adesso? Perché proprio a me?
Eppure, osservando il cammino a posteriori, mi accorgo che spesso quelle esperienze erano prove, ma anche opportunità. Occasioni preziose per mostrarmi dove ancora stavo “sanguinando” senza esserne pienamente consapevole.
Così arriva una persona, una situazione, una parola pronunciata durante una cena tra amici quasi distrattamente, e sfiora quella ferita ancora aperta. Non la crea. La rivela.

Il coraggio di sentire

Recentemente ho vissuto qualcosa di simile. Una situazione che non immaginavo avrebbe avuto il potere di farmi tornare in luoghi interiori che conoscevo bene e che credevo ormai superati. Luoghi bui, scomodi, difficili da sostenere emotivamente. Ed è qui che ho ricevuto un altro dono della ricerca spirituale: mi sono concessa il permesso di sentire.
Mi sono permessa di esplorare il dolore senza cercare immediatamente di trascenderlo. Ho lasciato spazio alla parte di me che si sentiva vittima, non riconosciuta, non compresa, rifiutata, inadeguata. 

Ho lasciato che tutte quelle voci avessero diritto di parola.
Senza dover essere subito quella “spirituale”. Senza sentirmi obbligata a comprendere tutto immediatamente, a trovare subito la lezione nascosta. Perché a volte la vera spiritualità non consiste nel saltare il dolore, ma nell’abitarlo con sincerità.

Da questo spazio di verità è emersa una parte diversa di me. Una presenza capace di ascoltare quelle ferite senza giudicarle. Una coscienza che non voleva zittire il dolore, ma accoglierlo.
Lo Yoga descrive questi movimenti interiori come differenti stati di coscienza: possiamo essere completamente identificati con la vittima della situazione oppure possiamo accedere a uno stato più ampio, capace di osservare gli eventi da una prospettiva differente.

Il volo dell'aquila

Mi piace immaginare questa trasformazione come il volo di un’aquila. Quando è posata su un ramo vede solo ciò che le sta attorno. Ma nel momento in cui apre le ali e si solleva nel cielo, può osservare l’intero bosco. Ciò che prima sembrava un ostacolo insormontabile diventa parte di un disegno più grande. L’aquila rappresenta il mago che vive dentro di noi: quella dimensione della coscienza capace di trasformare la narrazione degli eventi. Non per negare ciò che è accaduto, ma per dialogare con essi e coglierne il dono nascosto. E il dono più grande è sempre lo stesso: ritrovare la libertà.

La libertà del cuore

La libertà di cui parlo non è quella di fare ciò che vogliamo seguendo impulsi, reazioni o automatismi. Anzi, è esattamente il contrario. La vera libertà nasce da un cuore limpido. Nella tradizione yogica il chakra del cuore, Anahata, significa letteralmente “non colpito”, “non toccato”. È il luogo interiore che rimane integro oltre le ferite, oltre le storie, oltre le identificazioni. Un cuore vuoto nel senso più sacro del termine: libero da attaccamenti, aspettative e condizionamenti. Un cuore che può lasciarsi attraversare dalla luce senza trattenerla, un cuore che agisce in armonia con le leggi universali.

Quando la discesa diventa rinascita

Forse ogni essere umano, ogni volta che si avvicina a un nuovo tesoro interiore, deve inevitabilmente attraversare sentieri oscuri, nebbiosi e confusi. Deve compiere una catabasi, una discesa negli inferi, proprio come Persefone nel mito. Strappata alla luce del mondo conosciuto e condotta nel regno sotterraneo, Persefone attraversa un’esperienza che non ha scelto e che la costringe a confrontarsi con ciò che è ignoto, scomodo e trasformativo. Allo stesso modo, anche noi siamo chiamati, talvolta, a scendere nelle profondità di noi stessi, là dove abitano le nostre paure, le ferite e le parti dimenticate.

Non è un processo semplice. Anzi, spesso è doloroso, confuso e faticoso. Vorremmo uscirne in fretta, trovare subito una spiegazione o una soluzione. Eppure, è proprio attraversando quei territori interiori che qualcosa può maturare e trasformarsi. Ciò che inizialmente appare come una perdita, una crisi o una caduta, può rivelarsi il passaggio necessario per ritrovare una maggiore autenticità, una comprensione più profonda di noi stessi.

Come Persefone, che dopo la discesa non ritorna semplicemente quella di prima ma diventa regina di due mondi, anche noi torniamo cambiati dai nostri inferi interiori. Più consapevoli, più integri, più capaci di abitare la nostra vita.

Una canzone per continuare il viaggio

Come nel mio ultimo articolo, condivido una canzone che sento particolarmente in sintonia con il tema di questa riflessione. Buon ascolto.