Tra accoglienza e cambiamento esiste una linea sottile
Per molto tempo mi ha accompagnata una domanda che, ancora oggi, credo accompagni molte persone che intraprendono un percorso di crescita interiore.
“Se vado già bene così come sono” come si sente dire in molti ambienti della crescita personale e della spiritualità, perché sento il bisogno di cambiare?
Questa domanda ha sempre racchiuso una tensione profonda, sfuggendo a ogni tentativo della mia mente di darle una risposta definitiva.
Da una parte c’è l’invito ad accettarsi completamente. Dall’altra c’è qualcosa che dentro continua a muoversi, un’inquietudine che sembra dire: c’è ancora qualcosa che chiede di emergere.
Ho oscillato molto tempo tra questi due poli.
In molte formazioni che ho frequentato sentivo ripetere una frase che in apparenza suonava rassicurante: “Vai bene così come sei”, eppure dentro di me quella frase non produceva sempre pace ma al contrario frustrazione.
Perché se è vero che non c’era nulla di sbagliato in me, sentivo comunque di abitare una forma di vita troppo stretta per ciò che il mio cuore intuiva possibile. Dire a quella parte di me “va tutto bene così” significava, in qualche modo, chiedergli di limitarsi o rassegnarsi.
Ho così esplorato l’altro estremo: l’impeto di voler cambiare, di lavorare continuamente su me stessa, di voler comprendere ogni dinamica, di eliminare ogni paura, ogni ferita, ogni schema limitante.
Pensavo che, una volta sistemate tutte quelle parti, sarebbe finalmente arrivata la serenità.
Ma accadeva che più cercavo di risolvere quei nodi, più sembravano occupare tutto lo spazio. Come se la mia attenzione li nutrisse. Mi ricordo spesso una frase di Paramahansa Yogananda che, parlando degli esercizi Yogoda, diceva: “Dove dirigi la tua volontà, dirigi la tua energia.” Lo diceva riferendosi al corpo, ma credo che valga un po’ per tutto.
L'incontro con Pema Chödrön
Tra le tante letture che hanno accompagnato il mio cammino, alcune finite, altre rimaste in sospeso, ho incontrato Pema Chödrön. Lei non invita a migliorarsi, non promette di raggiungere una versione più evoluta di noi stessi attraverso la meditazione. Invita, piuttosto, a restare. A non fuggire da quella sensazione di vuoto sotto i piedi che compare quando ci sentiamo inadeguati, soli, esclusi, mancanti.
Tra le tante cose che ho letto, ce n’è una che mi è rimasta impressa. Nel libro Se il mondo ti crolla addosso scrive che, in qualche modo, le nostre forme di nevrosi rimarranno sempre con noi.
Non perché siamo destinati a soffrire per sempre, ma perché la mente continuerà a produrre paure, attaccamenti e difese. Il punto non è eliminarli definitivamente. Il punto è cambiare la relazione che abbiamo con loro.
La trovai una notizia bellissima che mi fece tirare un grande sospiro di sollievo. Questa prospettiva, per me, è stata sorprendentemente rassicurante e liberatoria. Mi ha aiutata ad abbracciare in qualche modo il mio lato più umano e vulnerabile.
Neti, neti. "Non questo, non quello."
Per anni avevo immaginato il lavoro su di me come una lunga lista di problemi da risolvere fino a quando sarei finalmente diventata una persona “guarita”. Le parole di Pema mi hanno ricordato che, da esseri umani, non siamo chiamati a vivere senza le nostre fragilità. Siamo chiamati forse a non esserne più governati in modo inconsapevole.
L’accoglienza di cui parla Pema infatti non è rassegnazione, nè il punto di arrivo dell’evoluzione ma il terreno favorevole dell’incontro con noi stessi.
La tradizione indiana utilizza un’espressione che amo molto: Neti, neti, “non questo, non quello.”
Non siamo le nostre parti da guarire e non siamo nemmeno la versione perfetta che immaginiamo di dover diventare. Siamo quello spazio di consapevolezza capace di osservarle entrambe. Lo sguardo che si posa sulle esperienze, sulle relazioni, sui pensieri e sulle emozioni senza coincidere completamente con nessuna di esse.
Da quello sguardo la vita continua ad accadere tra la capacità di stare con ciò che c’è e il coraggio di ascoltare il fuoco dell’anima che ci invita a farne un’esperienza più vera.
Una canzone per continuare il viaggio
Come nel mio ultimo articolo, condivido una canzone che sento particolarmente in sintonia con il tema di questa riflessione. Buon ascolto.